DALLA BENZINA AI PENTITI: LE RICHIESTE DEI BOSS ALLO STATO
I 12 punti del documento della trattativa: si chiedeva anche la revisione del 41 bis. E spunta un post-it “per Mori”
di Peter Gomez e Giuseppe Lo Bianco
Volevano la revisione del maxiprocesso a Strasburgo e l’abolizione del 416 bis, la cancellazione della legge sui pentiti e l’annullamento dei sequestri di beni ai familiari, la revoca del decreto Martelli dell’8 giugno del ’92 che istituisce il 41 bis e la chiusura dei supercarceri di Pianosa e Asinara, la defiscalizzazione della benzina e la concessione degli arresti domiciliari ai boss che hanno più di 70 anni. In quel foglio di carta bianca, poche righe scritte a stampatello da una calligrafia incerta con dodici punti che sintetizzano altrettante richieste della mafia allo Stato c’è un frammento di storia di questo Paese: ecco il papello che Massimo Ciancimino, attraverso il suo legale, ha consegnato alla procura di Palermo . Non c’è un’introduzione ma è solo una lista, ordinata in punti: e in uno degli ultimi, chiedendo l’arresto solo in flagranza di reato, i mafiosi commettono un errore di dizione, scrivendo ‘’fragranza’’ . È solo una fotocopia inviata per fax, ‘’un simulacro’’ lo definiscono in procura, sulla quale è impossibile, per ora, disporre anche soltanto una perizia calligrafica: ma costituisce una prima, importante, tappa investigativa che apre un nuovo capitolo, inaugurato, probabilmente la prossima settimana, da un nuovo ciclo di interrogatori di Ciancimino, chiamato a spiegare i tantissimi spunti investigativi emersi dalla consegna dei nuovi documenti. Dal giovane figlio di don Vito, infatti, i magistrati attendono adesso la consegna dell’originale, intanto per capire se è possibile datare con precisione il periodo in cui venne redatto insieme a tutta una serie di chiarimenti sui due fogli recapitati in procura accanto al papello che per i pm sono persino più importanti della prova documentale della trattativa . Sono anch’essi due fogli di carta, manoscritti da don Vito, nei quali l’ex sindaco di Palermo modifica e rilancia quelle richieste, occupandosi della parte più politica: ed ecco saltare fuori i nomi di Rognoni e di Mancino, accenni al partito del sud e alla riforma della giustizia in chiave americana, privilegiando il sistema elettivo con un riferimento a Strasburgo, dovuto alla richiesta dei mafiosi di richiedere la revisione del maxiprocesso alla corte europea. Con un’annotazione importate subito saltata agli occhi dei magistrati: un post-it giallo con l’indicazione ‘consegnato al colonnello Mori’. Dalla lettura di quei fogli sembra che don Vito integri ed affini le richieste dei boss, aggiungendo altre pretese, in chiave più politica. E l’accenno al partito del sud, insieme all’ultimo di quei punti, la defiscalizzazione della benzina, riaccende l’interesse dei magistrati sull’inchiesta, archiviata ma adesso riaperta, sui sistemi criminali, che ha accertato come, accanto alle bombe, i mafiosi avessero coltivato aspirazioni separatiste con la creazione di una serie di leghe, promosse anche da Gelli; un’ipotesi che tramontò con la discesa in campo di Berlusconi, agli inizi del ’94. Ecco perchè l’inchiesta della procura di Palermo sulla trattativa tra mafia e Stato si allunga sino al ’96 ed oltre: l’ipotesi investigativa è che, come dice il pentito Giuffrè, quel dialogo non si sia mai interrotto , e che come egli stesso ha rivelato nel secondo giorno del suo esame a Roma, la scorsa settimana, sia stato condotto a buon fine, come aveva pronosticato Bernardo Provenzano, che aveva chiesto ai suoi complici 10 anni di attesa e pazienza. Adesso questo stesso papello consegnato ai pm di Palermo sarà trasmesso ai colleghi di Caltanissetta che indagano sulla strage di via D’Amelio per stabilire se c’è un legame con l’eccidio in cui perse la vita Paolo Borsellino, se cioè le vicende legate al papello abbiamo potuto influire la volontà dei boss nel continuare a trattare con lo Stato a suon di bombe. Circostanza che Paolo Borsellino conosceva, secondo quanto ha dichiarato ieri a Roma Claudio Martelli, interrogato per tre ore dai pm Ingroia e Paolo Guido.
CASO MONDADORI
Continua la caccia al giudice
di Marco Lillo
Il giudice Mesiano, quello che ha osato
condannare la Fininvest a pagare 750
milioni di euro, è stato seguito mentre passeggia per Milano e va dal barbiere. Il servizio, trasmesso da “Mattino5” di Claudio Brachino, mostra il giudice che fuma e “non riesce a stare fermo”. D’altronde “alle sue stravaganze siamo ormai abituati”. In coda arriva lo scoop: “Mesiano ci regala un'altra stranezza: guardatelo seduto su una panchina: pantalone blu, mocassino bianco e calzino turchese”. Dietro la caccia all’uomo travestita da giornalismo si intravede lo stile di Alfonso Signorini. Il Cavaliere ha annunciato “notizie” su Mesiano e, dopo avere spedito i cronisti di “Chi” in Calabria per trovare notizie sulla salute e la famiglia del giudice, a Mediaset si dice che proprio Signorini avrebbe avuto l’idea del pedinamento. A un calzino turchese.
L’avvocato
“CASO MILLS: IL PREMIER VENGA IN AULA”
La difesa di Mills al processo d’appello per corruzione in atti giudiziari, ha chiesto l’assoluzione e in subordine o la prescrizione o la riapertura del dibattimento per ascoltare anche Berlusconi:”Non è importante quanto detto fuori dall’aula”. La settimana scorsa l’accusa ha definito inutile la testimonianza del premier perché ha detto di non conoscere Mills. Ma l’obiettivo della difesa sembra la prescrizione: se la ottenesse, sarebbe salvo anche Berlusconi, presunto corruttore. Non a caso Cecconi ha sostenuto che Mills non ha mai parlato di Berlusconi dei 600 mila dollari avuti come ricompensa per aver testimoniato a suo favore il falso.
IL BUCO NERO DI WIND
Il n.1 della Sicurezza gestisce le intercettazioni delle procure e avvertiva i suoi sodali sotto inchiesta
di Antonio Massari
IIl "grande orecchio" Wind, quando vuole, può agevolare gli amici degli amici. E può vanificare o danneggiare le indagini. Per esempio: il maggiore dei carabinieri, sul quale stava indagando la magistratura di Crotone, sapeva di essere intercettato. Chi glielo aveva riferito? L’uomo al quale, tutte le procure d’Italia, indirizzano e affidano le proprie, riservatissime richieste di intercettazioni: parliamo di Salvatore Cirafici, direttore della Corporate Governance della Wind telecomunicazioni Spa. Una scoperta che riporta alla mente il caso Tavaroli - Telecom Italia e avvalora un’ipotesi inquietante: l’enorme banca dati, a disposizione delle compagnie telefoniche, può essere utilizzata in modo illegale. Può essere oggetto di scambi tutti da verificare.
A scoprirlo, durante un’indagine su tangenti e centrali elettriche tra la Calabria e l’Abruzzo, è il pm di Crotone Pierpaolo Bruni. Il magistrato scopre un giro di mazzette che ruota intorno alla costruzione di due centrali a turbogas nel crotonese e a Teramo. Il pm iscrive nel registro degli indagati, per l’anomalia delle procedure , l’ex sottosegretario alle Attività produttive, Giuseppe Galati (Udc), e l’ex governatore calabrese Giuseppe Chiaravalloti (all’epoca FI). Indagando, si imbatte anche in Alfonso Pecoraro Scanio e rinviene “false consulenze a favore di società riconducibili” all’ex ministro dell’Ambiente. Nella presunta associazione per delinquere che opera in Calabria spicca il dominus dell’affare energia: il cremonese Aldo Bonaldi, che ha ottenuto la licenza per costruire la centrale a Crotone, un affare da 30 milioni di euro. Gli investigatori arrivano a Grazioli, e poi a Cirafici, ascoltando per caso una telefonata dell’avvocato di Bonaldi: il senatore calabrese del Pdl Giancarlo Pittelli. Bruni s’imbatte in una telefonata di un amico di Bonaldi, un certo Carchivi, con Pittelli il 12 agosto 2009. “Sto andando a pranzo con una persona che ti conosce (...) te lo posso passare?”, dice Carchivi prima di passare il telefono al maggiore Grazioli. Proprio l’ufficiale che nelle indagini Why Not e Poseidone, condotte dall’ex pm Luigi de Magistris, si era trovato a indagare proprio su Pittelli (per il quale, in Poseidone, è stata richiesta l’archiviazione, già disposta, invece, per l’inchiesta Why Not).
Bene, ecco il dialogo tra Grazioli e Pittelli: “Buongiorno (...) sono il maggiore Grazioli, come va?”. “E come deve andare, maggiore, siamo in attesa”, risponde Pittelli. Grazioli (braccio destro di De Magistris) tende a tranquillizzare l’indagato numero uno del pm di Catanzaro: “Sarà un’attesa, secondo le mie carte, giusta (...) che vi si dovrà chiedere anche scusa (...)”. I due cercano (inutilmente) di incontrarsi. Ma Bruni è ormai sulle tracce di Grazioli e, nel frattempo, scopre che parla spesso al telefono proprio con Cirafici, suo ex commilitone nell’Arma. Conversazioni che spingono Bruni a indagare Cirafici per favoreggiamento, rivelazione e utilizzazione del segreto d’ufficio. Scrive Bruni nel decreto di perquisizione emesso ieri: “In qualità di procuratore della Wind (...) rivelava al maggiore Enrico Maria Grazioli che (...) era sottoposto ad attività intercettiva (...) aiutandolo ad eludere le investigazioni”. Il motivo? “Evitare a Grazioli conseguenze pregiudizievoli", come la perdita di un incarico pubblico prestigioso, che non avrebbe potuto ottenere con dei carichi pendenti. E anche Grazioli è indagato per gli stessi motivi - favoreggiamento e rivelazione del segreto d’ufficio - poiché avrebbe “consigliato" e "suggerito" a un indagato, tale Filippo Salvatori, le "modalità per eludere le investigazioni". Grazioli riesce a fare anche di più: “consegna al suo indagato delle carte al fine di ricevere una serie di vantaggi per sé e per un suo amico”. Insomma, in un colpo solo, il pm Bruni scopre che i controllori aiutano i controllati (Cirafici dà una mano a Grazioli) e gli investigatori aiutano gli indagati (Grazioli aiuta Salvatori). È in queste condizioni che si svolgono le indagini in Calabria.
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